Perché i dipinti di Edward Hopper non hanno niente a che fare con la nostra quarantena.

 Come ci hanno ripetuto fino allo sfinimento, i dipinti di Edward Hopper (1882-1967) ci parlano di solitudine e di incomunicabilità, tralasciando che si trattava di una condizione del tutto personale. Questo sarebbe già abbastanza per farci capire che, tutt'al più, tale condizione poteva appartenerci proprio prima di questa malaugurata quarantena di cui siamo vittime. Sentirsi soli in mezzo a milioni di persone è una solitudine interiore, un'afflizione dell'anima e non non siamo a questo punto. Noi la soluzione ce l'abbiamo, la stiamo solo aspettando, quindi possiamo farci lettori superficiali di Morning sun e sentirci come la sventurata che guarda malinconica fuori dalla finestra, magari una fuori sede rimasta incastrata in una città non familiare, una madre che ha bisogno di prendersi un attimo di pausa per se stessa e via discorrendo tutti i piccoli drammi che ci porta questa situazione. Ma io mi fermerei qui.

E invece mi è venuta in mente tutta un'altra serie di immagini.


Quelle della Parigi d'antan di Eugène Atget (1857-1927). Nel voler fissare le istantanee di un mondo che di lì a pochi anni non sarebbe stato più lo stesso, Atget coglie la bellezza e la fascinazione intrinseche che gli spazi pubblici possiedono di per sé. Scomparsa ogni presenza di umanità, racconta la vita "della" strada, ricercando lo spirito del luogo attraverso un'assenza e restituendo allo spazio l'importanza che gli spetta, riconoscendogli una forma di seduzione autonoma.



Commenti

Post più popolari